Natura umana

Ritratti di famiglia

 

Mazel tov

Mazel tov, un augurio per chi resta raccoglie una serie di disegni, ready-made e collage ispirati al libro di Marco Missiroli Il senso dell’elefante (2012).

Potrei definire questo percorso come una sequenza di pagine che scorre giorno dopo giorno, rivelando la storia dei personaggi e il loro legame con la vita, liberandosi dalla polvere e sovrapponendosi in alcuni casi, inevitabilmente, alle esperienze personali.

A quel punto la tua storia appartiene anche ad altri. Lo spazio virtuale del libro diventa spazio “tangibile”, un luogo deputato al valore del presente e alla sacralità del passato. Un luogo in cui poter rivivere esperienze private che hanno segnato la tua vita e quella di tante altre persone che si ritrovano intimamente implicate. Il disagio, il dolore e la solitudine dilaniano i volti dei personaggi. Carte lacerate e bagnate, stratificano storie segnate e negate dalle pieghe delle pagine come le pieghe della pelle.

Da qui si innesta l’esigenza di trasferire in modo istintivo alcuni frammenti di vita; attraverso disegni e collage, oggetti trovati in giro, abbandonati e dimenticati dal mondo intero.

Ciò che creo si affida alla percezione del sentimento, a una lettura silenziosa, a un piacere personale rivolto alla vita, condivisibile e non con chi osserva. I soggetti spesso sono soli, consumati e avvolti nella nebbia. Strappati dalla routine quotidiana o lacerati dai ricordi. I testi e gli elementi inseriti all’interno o all’esterno dei lavori, convivono con le figure accentuandone i gesti e l’identità. Tra le pagine di un libro l’invisibile si rende visibile e i disegni vengono alterati dai cambiamenti climatici. In questo caso mi affido all’umidità e alla polvere, che intervengono in modo naturale sui disegni e sugli oggetti, trasferendo sulle superfici i segni profondi del tempo.

“La devozione verso tutti i figli, al di là dei legami di sangue: è il senso dell’elefante, codice inscritto in uno dei mammiferi più controversi, e amuleto di una storia che comincia in un condominio di Milano. Pietro è il nuovo portinaio, ha lasciato all’improvviso la sua Rimini per affrontare un destino chiuso tra le mura del palazzo su cui sta vegliando. Era prete fino a poco tempo prima, ora è custode taciturno di chiavi e appartamenti, segnato da un rapporto enigmatico con uno dei condomini”.

Luoghi sospesi

“Luoghi sospesi vicini e lontani dialogano nel tempo, tra passato e presente, realtà e astrazione”.

TRA ASTRAZIONE E MUTAZIONE. UN’EPOCA, ALCUNI CAMBIAMENTI.

I Luoghi quindi. I Luoghi – come il Tempo – possono sospendersi, sorprenderci, sospirare, sussurrarsi addosso, possono struggersi, tormentarsi; o essere sospesi prima di fuggir via senza requie per l’Eternità (Tempus fugit, e guai se si placa mai).

Di tutto questo svolgersi, di tutto questo sospendersi, l’Arte ne ferma un attimo soltanto: giusto il tempo per noi, uomini di buona volontà, per volgere lo sguardo ed abbassarsi a vedere. l Luoghi e il Tempo sono le uniche dimensioni astrali della vita che rimangono fedeli a sé stesse, che mutano senza cangiare mai e che ci sopravvivono . Forse perché non esistono?

Quanti mai Luoghi ci sopravvivono, narcisi; tuttavia, senza il nostro sguardo non esisterebbero che per sé stessi. Fragili paradossalmente, anelano alle nostre cure e alla nostra presenza. Ma senza di essi, non esisteremmo, senza le nostre premure verrebbero distrutti dalla pioggia ma anche da noi stessi.

Le opere di Emanuela sono mappe di luoghi persi, di luoghi lontani, di oceani, mari e cieli eterni, dipinti e accostati da mano leggiadra. La sua Pittura ha due “mammelle” distinte.

L’una, d’avanguardia, nutrita fuori dalla sfera borghese; si concentra sul recupero di oggetti poveri, di materiali riciclati, a volte dichiarati morti dalla nostra società (che ha una fifa blu della Morte), oggetti trovati (e non smarriti), reintegrati e nobilitati dal virtuosismo dell’artista che, come Mida con l’oro, tocca, manipola e trasforma qualsiasi relitto in un’altra vita, donando un’anima a ciò che trasmuta. L’altra, sfamata col latte delle idee più sensibili alla consapevolezza, diremmo ecologica, di tutela del nostro Pianeta e da una Storia recente che pesa come un fardello e che non può non interagire con la sua epoca e con la coscienza degli artisti più sensibili; si espande semi-clandestina, diversa per ogni materiale, tra le ruggini, le stagnazioni, le lacerazioni e le ferite o attraverso la stoffa, lacerto o tela, e crea topografie su cui lo sguardo si posa e ci spinge, noi spettatori di paesaggi, a riflettere sulla nostra Vanità, perdendoci nel Genius Loci delle sue opere, che è ben presente in ogni ombra e in ogni piega di ciascun opera; respira, trasuda, sussurra, anela. Di che? Di Vita.

Motivo unificante – tra i grovigli di ferro in pensione, lanugini apparentemente morte e ferite cromie – il blu o l’azzurro, che si erge dai bianchi fulgenti, luminescente e avvampante nelle campiture tonali, che respira e dà alito ai novelli paesaggi e dove appare – serena a volte più meditabonda – la Luce , vera protagonista materica di queste geografie arcaiche, che vibra e dona una melanconia infinita ai pariah della nostra civiltà, tramutati in sogni di luoghi sospesi.

L’artista dipinge la contemporaneità geografica: per catturarne l’attimo, si è inventata una nuova tecnica: la pennellata cangia come la luce e scruta con velocità le ombre, i paesaggi metallici, i cieli burreschi (alla Burri, diremmo) e le carni del mare; fatta di macchie di materia dove la vita è come rappresa, di acqua limpida e torbida, di spatolate abbozzate e fresche, burrose e spontanee, con “originarietà” e indipendenza del contenuto formale, che contemplano nell’esito finale pezzi di storia di un luogo preciso – e soltanto quello – in cui chi prende tempo per osservarle deve chinarsi e offrire lo sguardo a quelle sentinelle, a quei testimoni muti, resuscitati ad una nuova vita, ruotando, viaggiando intorno ad essi tra mare e cieli. E che parlano tuttavia.

Il caso Cicoria: in bilico tra rappresentazioni di ambienti e luoghi reconditi, nascosti, intimi, lungo quella sottile linea d’ombra che separa l’arte figurativa da quella astratta, vita interiore e luoghi perduti. Carica la materia di significati opposti che diventa Senso, significato.

E anche questa stessa casa, che ospita teche riempite di depositi culturali così ricchi, è la testimone del luogo sospeso; e ci guarda e respira assieme a noi e rimanda l’eco di voci, risa e sguardi lontani nel Tempo che fu e che anche lei ne dà un senso vivo e pulsante.

Il mio Maestro all’Ecole des Beaux-Arts di Parigi soleva ripetermi:

“Le immagini possono e devono bastare a se stesse. Hanno abbastanza forza per resistere all’aggressione delle idee.

Hilaire Germain Edgar Degas (1834 – 1917)

Castello Farneto (PU), 9 settembre 2014
Marcello Motta

Epidermide

Ogni oggetto contiene una storia ricca di strati. Il rapporto che si crea toccando i materiali diventa quasi sacro, contemplativo, primordiale. Carta e plastica formano collage “epidermici”, silhouette umane appartenenti a un tempo indefinito. Anatomie composte da parole, immagini, vita.